
Ecco di seguito ripresi dal libro una serie di modi di dire (precisamente riferiti al dialetto ravennate, area fertile per le indagini dell'autore)
E cmanda Baraba.
Comanda Barabba, non comanda nessuno o chi è il meno adatto ad esercitare il comando. Si usava la stessa espressione anche per alludere ad una casa retta da più donne invece che da una sola azdòra. Il detto trae la sua origine dalla leggenda secondo cui dal giovedì al sabato santo Cristo, morto in croce e non ancora resuscitato, affidò il comando a Barabba, il ladrone condannato e liberato al suo posto. A significare uno stato di gran disordine e confusione si dice anche: l'è repoblica: è repubblica. Il detto risale probabilmente al tempo della Repubblica Cisalpina, allorquando i Francesi, in nome della libertà, commisero ingiustizia e soprusi di ogni sorta.
A cul èlt.
L'ha e' cul èlt (il sedere alto), o l'ha un cul arvèt(il sedere in su): è stizzito, teso in tutto il corpo, come l'asino quando arpèta, cioè tira peti per rabbia e dispetto. Si può essere a cul èlt per temperamento facilmente irritabile: e ciapa e' fug coma una dona!(Prende fuoco come una donna) e selta sòbit a caval de vent!(salta subito a cavallo del vento) O per motivi banali: l'ha durmì cun e' cul s-ciot (ha dormito a sedere scoperto), us è alzè cun la camica a l'arversa(Si è alzato con la camicia messa a rovescio). Certo che chi ha la lona ad travers (ha la luna per traverso), non è amabile con il prossimo, anzi per lo più lo evita, andandosene con una rudè ‘d cul. Mi verrebbe da tradurre rude ‘d cul con voltafaccia, ma quant'è più colorita e gagliarda, nella sua asprezza, l'espressione romagnola! E ugualmente aspra, nella sua rudezza, la risposta coerente ad un tale atteggiamento: Arpèta pu, mo t'stè ilè lo cun e' cul!(manda pure peti, ma stai lì con il sedere!)
Dê la cagnola.
J ha dè la cagnola : non si sono fatti trovare in casa. Di solito la cagnola si dava ad un corteggiatore non corrisposto, il quale poi, per questo, veniva preso in giro dagli amici.
La parola cagnola deriva certamente da cane: infatti i cani mal graditi venivano cacciati da ogni casa.
Un detto equivalente è: dè l'erba cassia: dare l'erba cassia, forse perché cassia ha la radice simile a quella del verbo cacciare: cazèr. O forse perché coll'acqua in cui era stato messo a bagno il legno della cassia, si eliminavano i pidocchi dalle piante dell'orto e del giardino.
Dê la cartaza.
Dê la cartaza: prendere in giro. La cartaza è la battuta che sfotte e punzecchia celiando.
Dasìm pu la cartaza, mo me am strop e' cul, datemi pure la cartaccia, ma io, con questa, mi pulisco il sedere: rispondevamo prontamente i ragazzi presi in giro dagli amici. Di solito, infatti, la cartaza si dava ai giovani di primo pelo quando cominciavano a star dietro, con una certa insistenza, a qualche ragazza.
Dê la marègia.
Dê la marègia: dare ad uno l'autorità di fare ciò che vuole. Deriva evidentemente dalla medioevale mano regia: i pieni poteri che, in certe circostanze, il sovrano concedeva ad alcuni suoi rappresentanti. Nel sec. XVI in Romagna era chiamato mano regia il potere che il papa dava al presidente di Romagna ed anche i privilegi e lo statuto particolare con cui erano regolate alcune comunità dello Stato della Chiesa.
Tùi la maregia: togliere ad uno il comando. Di una donna che in casa s'impone con autoritarismo sul marito e sui famigliari, si dice, l'ha ciàp la marègia.
Dei la porbia.
Dargli la polvere; espressione tuttora in uso, riferita ad uno che in una gara abbia vinto distanziando molto gli avversari. Il detto risale al tempo in cui gli unici veicoli veloci da trasporto erano i biroccini tirati dai cavalli. Era abbastanza frequente che, per le strade polverose di campagna, qualcuno, dopo aver superato col suo calesse un amico, volesse prendersi gioco di lui, per farlo stizzire. Lasciava allora cadere sulla strada un lembo della coperta, che non mancava mai in ogni biroccino, e questa, strisciando per terra, alzava nuvole di polvere così dense che il malcapitato che stava dietro, se non voleva correre il rischio di morire soffocato e acciecato, doveva fermarsi e attendere che l'altro si fosse allontanato di buon tratto.
Ha la stessa origine un'altra espressione: dei dla porbia int j occ, oggi usata solo in senso figurato quando si vogliano indicare i raggiri intesi a confondere le idee e ad impedire la conoscenza della verità.
Dela ‘d intèndar.
C'è sempre qualcuno che vuole darla ad intendere; del resto, si sa, che c'è sempre qualcuno disposto a credergli. E questo non ce lo insegna soltanto Machiavelli!
Vlê dê d'intendar che e' Signor l'è mort da e' fred,che il Signore è morto di freddo, solo perché fu posto nudo in croce.
Molto comune è il seguente modo di dire: Vlê dê d'intendar un fes-c par un caz, un fischio per un c…Trae anch'esso origine, come molti altri, da una antica novelletta romagnola: in tempo di quaresima un confessore, venuto da lontano, si accinse a confessare le donne del paese che accorrevano numerose da lui. E tutte, fra gli altri peccati, dicevano che si erano fatte fischiare. Il buon padre le assolveva, esortandole a vivere più seriamente, lasciando da parte le frivolezze. Ma lo sorprendeva molto il fatto che tutte quelle donnette si dedicassero al canto e tutte poi venissero fischiate. Incuriosito, mentre confessava una delle ultime, volle chiedere qualche cosa di più: <<Ma, come mai, figliola, ti fai fischiare? Se non sai cantare bene, rimani a casa tua>>.
Al che, la penitente, confusa: <<Padre, qui da noi si dice fischiare per qualcosa di molto diverso, cioè per….>>.
Il confessore, allora confuso e turbato, uscì dal confessionale e al parroco che stava già per impartire la comunione alle prime gridò: Ferma, ferma, paroch, che a j' ho ciap un fes-c par un caz!
I dscurs dla ramèta.
I dscurs dla ramèta sono quelli, per lo più futili, che si tengono sulla porta di casa nel momento del commiato. La rameta è il saliscendi della porta, un tempo sistema normale per chiudere tutti gli usci. L'espressione però allude, in tono ironico, soprattutto ai discorsi che le donne prolungano senza fine, appoggiate alla porta, pur sembrando decise ad accomiatarsi di momento in momento.
L'è al set sidar.
Al set sidar sono le sette stelle dell'orsa minore con la stella polare al polo dell'emisfero boreale. Forse per questo l'espressione indica il freddo inteso, siderale, delle più rigide giornate invernali.
Dalla stessa radice latina (sidus=stella) ha origine: l'è sidrè de fred, è assiderato dal freddo. La superstizione, infatti, voleva che gli uomini cadessero in potere delle stelle e delle loro emanazioni e, in maniera particolare, del freddo sia invernale che notturno.
D'estate, invece, quando la terra, sotto la vampa del solleone, esala in vapori i residui dell'umidità sotterranea, i contadini, quasi immaginando nel fumigare leggero le movenze di una danza, dicevano: e bala la vecia! E quando lampeggiava e zeia, espressione ormai poco nota, ma poeticamente pittorica: il cielo batte la ciglia. E al fragore del tuono le mamme demitizzavano inconsapevolmente il diavolo, dicendo ai bambini impauriti: l'è e' gievol che scaroza su moi!
L'è coma e' coch.
L'è coma e' coch, come il cuculo. Si diceva di chi stava nascosto a spiare; infatti il cuculo è un uccello timido che fa vita nascosta fra le fronde degli alberi e canta, sul far della sera e durante la note. Non è quindi facile vederlo.
Clu che l'andeva a coch, colui che andava a cuculi era un sempliciotto che avrebbe preso due paoli e mezzo per ogni uccello catturato. E' detto di chi insegue guadagni immaginari.
E fa coma e' coch, fa come il cuculo, si dice di chi è capace di consigliare gli altri, ma non sa risolvere i problemi più importanti che lo assillano; infatti un'antica leggenda dice che il cuculo insegnò a tutti gli uccelli come fare il nido, ma quando si trattò di costruirlo per sè non fu capace. Per questo depone le suo uova nel nido dei fringuelli, o delle allodole, o di altri uccelli.
L'è vecc coma e' coch, è vecchio come il cuculo, il quale infatti, pur essendo un uccello migratore, è tenacemente attaccato al luogo che ha scelto come dimora e torna ogni anno, non solo nello stesso bosco, ma allo stesso albero. Per questo varie generazioni di una famiglia, sentendo sempre nella stessa stagione e nella stessa pianta il suo grido caratteristico, ritengono che si tratti del medesimo uccello.
C'è un proverbio che dice:
Ai du o ai tri d'abril e' coch l'ha da vinì,
se un ve' i set o a j ot, e' coch l'è cot.
(Ai due o tre di aprile il cuculo deve tornare - se non torna il sette o l'otto vuol dire che l'uccello è morto).
L'è divot dla Madona de rimpèn.
L'espressione pare volere attenuare, con la bonarietà della sua ironia, la responsabilità morale del ladruncolo che, col suo rampino, poteva afferrare e tirare a sè gli oggetti che aveva deciso di rubare.
L'è de Bunzlen si diceva anche di chi era lesto di mano, perchè al Boncellino, sul Senio, era nato il Passatore.
Ma pur se erano molti, si trattava per lo più di ladri solitari, indotti al furto dalla miseria e dalla fame. E che fossero disposti a rubare qualsiasi cosa , ce lo fanno credere le espressioni che a loro si riferiscono: E rubarèb neca e' baj a e' can! ruberebbe perfino illatrato del cane;
E rubarèb neca e' fom al pepi! ruberebbe anche il fumo alle pipe;
E rubarèb neca l'armor al cara! ruberebbe anche il rumore ai carri.
Nè li fermava il rispetto per la persona e le cose sacre: E ruberèb l'agnel a Sant'Antoni! ruberebbe l'agnello a S. Antonio Abate;
E ruberèb i ciud a Crest! ruberebbe i chiodi a Cristo (in croce).
Ma non credo, malgrado il significato letterale delle due ultime espressioni, che si debba gridare al furto sacrilego. Li teneva a freno, se non lo spirito religioso, una paura irrazionale, frutto della superstizione. Perciò solo polli, conigli, frutta e tutto ciò che di commestibile si trovasse nei campi, nelle aie o nelle cantine del contadino veniva preso di mira con puntiglioso accanimento.
E dei ladri di allora si diceva: L'è coma Butù (famoso per i furti di polli) ch l'aveva un debol pri zàcol mot, aveva cioè un debole per le anatre mute che potevano essere più facilmente rubate.
Contro il rigorismo morale di chi gridava allo scandalo di fronte ad imprese del genere c'è la risposta piena di sferzante ironia di Stecchetti:
I fa una bela sbocia a no' rubê
cun la bisaca pina d' maranghèn!
(Fanno un bello sforzo a non rubare con le tasche piene di soldi).
L'è divot ‘d Sant Aidubrând.
E' devoto di Sant'Aldobrando. Il Santo, vissuto nel secolo XIII, era nato a Sorrivoli presso Cesena. Preposto di Rimini e, successivamente, vescovo di Fossombrone, si distinse per l'ostinazione con cui combattè gle eretici Patarini. Ma forse la fama di protettore e prototipo dei puntigliosi gli venne dal non avere mai voluto in tutta la sua lunga vita(visse quasi cent'anni) cibarsi di carne. Narrano gli <<Acta S. Aldobrandi>> che, vicino a morire, poichè ormai non prendeva volentieri cibo alcuno, gli venne presentata una pernice cotta perchè fosse invogliato a mangiarne, ma egli tracciò su di essa il segno di croce e le ordinò di ritornare nel bosco. E subito la bestiola miracolosamente volò via davanti agli occhi meravigliati dei presenti.
Altri modi di dire per indicare una persona ostinata: L'è perz de bdocc che si j taia la testa e beca cun e' cul: è peggio del pidocchio che se gli tagliano la testa punge col sedere.
L'è una galêna (o una bessa galêna), cioè una tartaruga, ostinata a non voler porgere il capo fuori dal guscio.
Anche: l'ha apugiè e' cul ala muraia! si è messo, cioè, in posa di testarda fermezza.
L'è e' do ‘d brescula.
Si dice di chi conta poco o niente, in quanto il due è la più piccola delle briscole nel gioco comunissimo fatto con le carte e chiamato appunto briscola.
Si dice che le carte da gioco siano state inventate nel 1391 da un certo Jamin Gringonneur per distrarre, dalla sua pazzia, Carlo VI. Anche i Romagnoli giocavano, un tempo, per distogliersi dalle loro preoccupazioni e per far mostra di scaltrezza e di capacità, cosa che li ripagava dalle tante frustrazioni quotidiane. Mi piace ricordare i nomi che essi avevano dato ad alcuni simboli forse per renderli più facilmente riconoscibili ai bambini con i quali spesso solevano giocare a camisa lorda (il due di spade), a sumaròn (l'asso di bastoni), o a rubamazzo.
Eccone alcuni fra i tanti: l'asso di denari era l'ov fret, quello di coppe la pivarola, quello di spade l'anzol, il due di bastoni, al gamb dla nona, il due di denari j occ dla zveta, il quattro di spade, la bara.
L'è inuzènt coma e' brod di macaròn.
Basta un minimo di esperienza culinaria per sapere com'è il brodo dei maccheroni: così denso e colloso che sarebbe difficile, per non dire impossibile, scorgere nitidamente i contorni di una cosa che vi fosse immersa. Con questa espressione, colorita per l'evidenza dell'immagine e per la forza dell'ironia, si colpiva l'uomo ambiguo, ipocrita, da cui era meglio stare alla larga. Verrebbe da aver paura di questi Romagnoli perspicaci nel vedere i difetti del prossimo ed impietosi nello smascherarli se, accanto a questa capacità di giudicare freddamente gli altri, non si trovasse la consapevolezza che non esiste uomo perfetto e che ciascuno si dibatte entro la prigione dei propri limiti e delle proprie miserie. I nostri vecchi, equilibrati e interiormente sani, non si amareggiavano troppo di questo male comune e commentavano spiritosamente, secondo il loro costume: Un gn'è camisa senza merda!
L'è passa a Crispi!
L'è passa a Crispi! dicevano i braccianti socialisti del Ravennate alla fine del secolo scorso, quando Francesco Crispi, capo del governo che sembrava intramontabile, cadde dopo la disastrosa campagna d'Africa del 1896.
L'è passa a Crispi la passerà neca a lò!
L'odio del proletariato verso Crispi era dovuto alla maniera dura con cui aveva cercato di reprimere i moti popolari e all'atteggiamento rigido verso gli scioperanti. Grande ammiratore di Ottone di Bismarck, cercò di emularlo usando la maniera forte contro tutte le forze che egli giudicava eversive nei riguardi dello stato.
L'è pez d'una calzedra.
Il vocabolo calzedra, di origine greco-bizantina, in cui si uniscono le radici delle parole rame e acqua, indica appunto il secchio di rame che si teneva solitamente sul parapetto del pozzo attaccato alla catena, e in cui, col mestolo, tutti potevano liberamente attingere per dissetarsi. Evidente perciò è il riferimento ad una donna di facili costumi e dei cui favori chiunque poteva godere senza difficoltà alcuna ed impunemente.
Donne che vivevano l'amore con la sbrigliatezza e il furore di una cavalla giovane dovevano essere molte; quando si tentava di impedire loro di andare qua e là per farsi corteggiare, si diceva: I j ha lighé i garét, le hanno legato i garretti, così come ai cavalli da corsa si tengono strette le caviglia per frenare la smania di correre.
L'è piò biastmador ‘d Nafunti.
E Nafunti era un ravennate noto per le imprecazioni blasfeme che, una dopo l'altra, si lasciava sfuggire. Che il Romagnolo abbia la bestemmia facile lo sanno un pò tutti, ma forse non tutti conoscono un aneddoto curioso, raccontato dai nostri vecchi, dai cui Spallicci ha tratto motivo di ispirazione per un noto sonetto:
E' Rumagnôl.
E' Signor, fat e' mond, e' va un pô in zir
e cun San Pir e' passa do parôl;
e intant chi è int una presa, u i fa San Pir:
<<la Rumagna t' lè fata e e' rumagnol?
U i vô dla zenta sora a sti cantir,
t'a n'vré zà fê la mama senza e' fiôl?>>
<<Me a t' e farò, ma l'ha dal brot manir,
e a j ho fed ch'u n'gni azuva gnianca al scôl!>>
E' dasé ‘d chilz par tera cu un pè
e e' fasé saltê fura ilè d'impet
e' vigliacaz de' rumagnol spudê.
In mangh ‘d camisa svidurê int e' pet
un capalcìn rudê coma un fator:
<<A sò iquà me, ciò, b... de' S...!>>
(Il Signore, fatto il mondo, va un po' in giro e scambia due parole con San Pietro e mentre sono in un appezzamento di terreno gli fa San Pietro: <<La Romagna tu l'hai fatta e il romagnolo? Ci vuol gente sopra questi campi, non vorrai mica fare la mamma senza il figlio?>><<Io te lo farò, ma ha brutte maniere e credo che non gli giovino neppure le scuole>>. Dette un calcio per terra con un piede e fece balzar fuori lì di fronte il vigliaccaccio del romagnolo sputato. In maniche di camicia, a petto aperto, un cappellaccio a ruota come un fattore. <<Sono qua io, olà, b... del s...>>.)
Ecco il romagnolo nella sua apparenza più vistosa: insolente, spavaldo, sicuro di sè, bestemmiatore. Ma le bestemmie, che egli usa come intercalare colorito e vigoroso alle parole spesso dettate, più che dalla ragione, dall'impulso e dal sentimento, non sono sempre bestemmie, anche se sembrano averne l'apparenza e il suono. Eccone qualcuna:
Boia de signaqual!
Boia dla madosca !
Boia de...ad legn!
Cos' la sua ostentata e ironica professione di incredulità:
E' mi Signor, s'ai sì,
che a sì tant bon, s'l'è vera,
fasìm ‘sta grezia, s'a putì!
(O mio signore, se ci siete che siete tanto buono, se è vero, fatemi questa grazia, se potete.)
s'accompagna al bisogno, celato nell'istinto, di comprensione e protezione divina:
Se e' Signor ut abandunèss, alora dspré t'sarèss!
(Se il signore ti abbandonasse, allora saresti disperato)
E ancora :
Par om catìv che t sia sté,
e' Signor un t'ha mai abanduné.
(Per cattivo che tu sia stato, il Signore non ti ha mai abbandonato).
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