Le Pauri della Romagna raccontate da Maurizio Balestra

Di seguito ecco alcune delle storie contenute nel volume “Pauri (Paure)" di Maurizio Balestra precedute dall'introduzione scritta dallo stesso autore

Le Pauri della Romagna raccontate da Maurizio Balestra

Quando non c'era la televisione, la sera, per farsi un po' di compagnia ci si fermava dai vicini a fare quattro chiacchiere seduti davanti al camino… oppure quando si andava a veglia, nelle occasioni speciali, al caldo delle stalle, d'inverno, o al fresco delle aie, d'estate (e allora, oltre alle chiacchiere, si suonava, si ballava… e limitatamente all'affollamento degli spazi, si faceva all'amore)… finiti i pettegolezzi, raccontate le ultime barzellette, esauriti tutti gli argomenti di discussione… veniva il momento delle storie di paura. Non erano né favole né leggende e neppure racconti vaghi, buoni per tutte le occasioni, erano fatti "veri" capitati al vicino, al parente, all'amico… spesso allo stesso soggetto narrante, che toccavano un po' tutti i campi del misterioso e del paranormale.
Ciò che le caratterizzava non erano gli argomenti o la quantità di paura che queste storie erano capaci di suscitare rispetto alle altre, ché anzi, spesso, finivano in risa, ma era un maggior grado di verità. Erano fatti capitati a persone precise, con nomi e cognomi, o comunque accaduti in luoghi precisi dove, chiedendo, se ne sarebbe potuta accertare la veridicità (cosa che si presumeva il narrante avesse già fatto, o che, perlomeno, avesse fatto chi, per primo, aveva raccontato la storia) Essere "vere" era la loro principale caratteristica. Una "verità" fra virgolette, relativa, non assoluta, come poi abbiamo imparato essere qualsiasi verità.
Non erano vere per tutti e probabilmente non lo sono neanche per chi sta leggendo, ma erano vere per chi le raccontava e per chi le ascoltava e questo bastava perché fossero "vere".
Pauri raccoglie un piccolo campione cesenate di storie di questo tipo. Un minimo d'impegno avrebbe permesso di trovarne altrettante e ancora di più se si fosse allargata l'area di indagine (ogni luogo ha le proprie storie), alla fine ci sarebbe mancato lo spazio e non avremmo più saputo dove metterle.
Questa abbondanza dovrebbe far riflettere su quanto vasto e profondo debba essere stato il contesto culturale a cui si riferivano e quanto invece sia ancora debole e precario il mondo costruito sulla moderna "razionalità".
Queste storie sono gli echi di un mondo che aveva una struttura coerente, una propria realtà. Un mondo antico, a cui la cultura contadina ha attinto per costruire il "suo" mondo, scomparso o in via di estinzione assieme ad essa. Frammenti, apparentemente incoerenti, ma in realtà parti di un tutto unico. Che riflettono un comune modo di pensare che non è più il nostro, quello del mondo in cui noi viviamo, ma è quello dei nostri nonni, dei nostri bisnonni… sempre pronto a riemergere appena si scrosta la vernice (sottile, molto sottile) della razionalità.
Basta un po' di buio, a cui non siamo più abituati, per farci sentire a disagio. La luce è cosa recente.
Nelle colline attorno a Cesena l'elettricità è arrivata a metà degli anni Sessanta. Chi è nato anche solo dieci anni dopo non può dire di avere avuto una vera esperienza del buio (quello di allora, denso e profondo, molto diverso da quello di oggi), ma chi l'ha avuta (anche solo in maniera parziale), certe cose le può ancora capire…
Io ho vissuto sempre in città, quando sono nato la luce elettrica c'era. Però ricordo ancora la paura di scendere in cantina, dove la luce si accendeva solo dal basso (tenevo il respiro fino a quando, a tentoni, non avevo trovato l'interruttore), era una luce fioca e più che illuminare tendeva a creare delle ombre... luce da spegnere per ritonare di sopra (e di nuovo a tenere il respiro)… e la paura di dormire in un vecchio palazzo, a Bologna (non so più quale) dove vivevano dei miei lontani parenti (non so più chi)… scale nere, con ampie volte, unica luce un lumino, in alto, seminascosto sotto dei fiori finti, in una nicchia dedicata alla Madonna…
Ma anche in casa, di notte, mentre si guardava la televisione, bastava aprire lo sportello della stufa (che andava a legna, per questo si doveva scendere in cantina) e la luce delle fiamme, faceva ballare le ombre per tutta la cucina. Più tardi, nel silenzio, si sentivano i rumori… era il tubo della stufa che si raffreddava, ma erano anche gli scricchiolii della credenza, o quelli delle tapparelle (che oggi sono di plastica, ma fino a non molto tempo fa erano di legno) e quando non scricchiolavano, magari era il vento che le sbatteva…
Poi il quadro con su la fotografia del bisnonno Lazzaro… ogni volta che sulla via Emilia passava una macchina mandava un riflesso e sembrava che gli occhi gli si illuminassero come quelli dei gatti… Nel buio di una volta poteva succedere di tutto e il mondo è stato buio per migliaia e migliaia di anni, molto buio, soprattutto la notte…

Ringraziamenti dell'autore
Ringrazio qui tutti quelli da cui ho ricavato il materiale di cui è costruito il libro.
Prima i parenti: mia mamma Dina Nardini, mio babbo Alberto Balestra, mia zia Lazzarina Nardini,
mio nonno Giuseppe Nardini, mia suocera Maria Bartolini, mia moglie Nerina Suzzi e poi gli amici,
sperando di non dimenticarne nessuno: Emanuela Venturi, Ermanno Riciputi, Pier Paolo Magalotti, Franco Dell'Amore, che mi ha autorizzato ad utilizzare alcuni racconti da lui raccolti e pubblicati, nel volume, in Diavolo e poveri diavoli, Marco Benazzi, infaticabile ricercatore di storie e Gianluca Umiliacchi che con le sue illustrazioni è stato capace di coglierne perfettamente lo spirito. Grazie anche a Franco Camerani e a Carla Fabbri dell'Istituto "Friedrich Schürr" che hanno corretto il mio dialetto zoppicante.

E' Palazaz
E' Palazaz ch'l'è a là a la Fiurida. Ad dria in du ch'u j era e' sanatori, che 'des u j è la Cambra de'
lavor. Ad quel, i à sempra racuntè dal gran farlopi: cmé quela che e' dieval u s'un fos purtè via 'na mità. A n'sò par fesan che. E ch'u l'aves laseda a là vers a Frampula o vers Faenza. A n'e' sò. In du ch'las pó 'vdé 'ncora. Questi però aglj è robi ch'al n'è vera. Che quij ch'i studia, j à det che che palaz l'è fat acsé parché e' su padron, quel ch'ul faset fè alora, u n'aveva pió bajoch par andè 'venti e 'csé ul laset acsé. Ch'l'è robich'al suzed. Robi nurmeli. E par la ca ad Frampula, precis. La stesa storia! U j è nenca però quij ch'i dis che a lé u si sinta. Nenca me a sò 'na storia. E la j è vera! Dop a la guera, la fameja dla nona d'Marco (la Dora d'Pisarin), i zarcheva ca. E dato che e' su ba, e' ba dla Dora, Gisto d'Pisarin, e' faseva e' furner int e' foran de' cumun, e' cumun u i daset do tre cambri a lé int e' Palazaz. La Gosta, la su moj, la j e' get che i geva ch'u si santiva, mo lo un gn'i cardeva. U n'aveva paura ad cal robi. E u i get che, sgond a lo, l'era mei a santì mo a stè int e' cheld, ad dentar a un bel palaz, che ne a no santì gnint fora int e' fred! E pó che a lé us pagheva poch d'afet e avé 'vu cal cambri l'era stè 'na furtona. E 'csé Gisto e tot la su fameja i faset sanmarten da in du ch'j era, ch'j aveva d'andè via, e i purtet la su roba ad dentr e' Palazaz. Pr' un po' l'andet tot ben, che a la Gosta la paura la j era quasi paseda da fat, mo una nota, gnenca tent terd, mo l'era za scur, us incminzet a santì cmé dl'acua ch'las muveva. Cmé a s-ciarè di bicir… Dal robi 'csé. Che int e' prem in gn'i faset gnenca ches. Che Gisto e' panseva che fos la Gosta o la sua fiola ch'al laveva di piat… e 'csé. Parché i rumur is santiva int la cusena. Is na daset quand ch'i fot tot insem e in cl'eta cambra un gn'era nisun. Un gn'era nisun mo u si santiva cumé ch'u i fos dla zenta! J andet a vdéi. Nisun! Mo us santiva l'acua ch'la andeva. Us santiva a s-ciarè di bicir. Dal boti int la tevla cumé quand ch'us zuga al cherti. Strisé dal scarani. Boci ch'al sbateva… Un'ustaria! Cumé da Michileta! A un zert punt u i paret nenca ad santì l'udor de' zigar! E 'lora i carghet tot int un caret. Ch'l'era ancora a lé, che in l'aveva finì 'ncora ad scarghè. I tulet só e i ciapet via!

Il Palazzaccio
Il Palazzaccio che è là alla Fiorita. Dietro a dove c'era il sanatorio, dove adesso c'è la Camera del
lavoro. Di quello, hanno sempre raccontato delle gran stupidaggini: come quella che il diavolo se ne
fosse portato via una metà. Non so per farsene che cosa. E che l'avesse lasciata là verso Forlimpopoli o verso Faenza. Non lo so. Dove si può vedere ancora. Queste però son cose che non sono vere. Che gli studiosi, han detto che quel palazzo è fatto così perché il suo proprietario, quello che allora lo fece costruire, non aveva più soldi per andare avanti e così lo lasciò in quel modo. Che son cose che succedono. Cose normali. E alla casa di Forlimpopoli, uguale. La stessa storia!
Ce ne sono però anche di quelli che dicono che lì ci si senta. Anche io so una storia. Ed è vera! Dopo la guerra, la famiglia della nonna di Marco (la Dora del Pescivendolo), cercava casa. E dato che suo padre, il padre della Dora, Egisto del Pescivendolo, faceva il fornaio nel forno comunale, il
comune gli diede due o tre camere lì nel palazzaccio. L'Augusta, sua moglie, gli disse che girava la voce che lì ci si sentiva, ma lui non ci credeva. Non aveva paura di quelle cose. E gli rispose che, secondo lui, era meglio sentire ma stare al caldo, dentro ad un bel palazzo, che non sentire niente fuori al freddo! E poi lì si pagava poco d'affitto e avere avuto quelle camere era era stata una fortuna. Così Egisto e tutta la sua famiglia fecero trasloco da dove erano, che dovevano andarsene e portarono la loro roba dentro al Palazzaccio. Per un po' andò tutto bene, tanto che all'Augusta la paura gli era quasi passata del tutto, ma una notte, neanche tanto tardi, ma era già buio, s'incominciò a sentire come dell'acqua che scorreva. Si sentiva come risciacquare dei bicchieri. Delle cose così.
Che all'inizio non ci fecero nenache caso. Che Egisto pensava fosse l'Augusta o sua figlia che lavavano dei piatti… o cose del genere. Perché i rumori si sentivano in cucina. Se ne accorsero quando furono tutti assieme e nell'altra camera non c'era nessuno. Non c'era nessuno ma si sentiva come se ci fosse della gente! Andarono a vedere. Nessuno! Ma si sentiva l'acqua che andava. Si sentiva risciacquare dei bicchieri. Dei colpi sopra la tavola come quando si gioca a carte. Strisciare sedie. Bottiglie che sbattevano… Un'osteria! Come da Michiletta! A un certo punto gli sembrò anche di sentire l'odore del sigaro! Allora caricarono tutto su di un carretto. Che era ancora lì, che non l'avevano ancora finito di scaricare. Presero su e scapparono via!



E' Marzapegul
La Fosca, dop ch'la spuset cun Franco, la 'vnet a stè a qué int al ca populeri. Lia la avniva zó da San Vitor e la andet a stè int e' pianet ad ciota ad nun, in du che dop u j è 'ndè a stè' la Tiziana. La moj d'Guerino. La Fosca lam cuntet che lia, una nota ch'la j era da par sé, la avdet avsines da la porta cmé un babin, o un nanin… lan capet ben. Lia la j era int la cambra e ló l'avniva aventi da la cusena, che ad ciota al cambri aglj è cmé qué. L'era tot instì ad biench. Cun ona scufjina int la testa cmé queli di babin. Bienca ench quela. Un get gnint. U la guardet, lia la j era int e' let, e l'andet via. La panset ch'e' fos e' Marzapegul e ch'e' fos andè da lia parché lia la aveva di bej cavel. Dato ch'us dis ch'e' vaga da queli ch'aglj à di bej cavel par fej al trezi. Un' enta volta, la l'insugnet a sora a un car da mort. Un ad chi car nir, grand, cun i caval. Lia la j era int e' cumpagn e la l'avdet sora e' car. Cun ona men us tniva a una culona e 'na candela 'zesa in ch'l'eta men. La avet paura! E' dé dop la s'andet a magné un pez ad pen int e' gabinet. Parché i dis che te t'é da fej schiv. Che s'tal vu mandè via, t'é da fei schiv. Intent ch'la j era a lé ch'la rusgheva ste pez d'pen in sdéi int e' vater, u i paret d'avdeil, un sgond, ch'u i geva: “Brota zonza!".

Il Marzapegul
La Fosca, dopo che si sposò con Franco, venne ad abitare qui nelle case popolari. Lei veniva giù da San Vittore e andò ad abitare sotto di noi, dove dopo è andata ad abitare la Tiziana. La moglie di Guerrino. La Fosca mi raccontò che una notte che era da sola, vide avvicinarsi dalla porta come un bambino, o un nanetto… non capì bene. Lei era nella camera e lui veniva avanti dalla cucina, che di sotto le camere sono come qui. Era tutto vestito di bianco. Con una cuffietta in testa come quelle dei bambini. Bianca anche quella. Non disse nulla. La guardò, lei era a letto, e andò via. Pensò che fosse il Marzapegul e che fosse andato da lei perché lei aveva dei bei capelli. Dato che si dice che vada da quelle che hanno dei bei capelli per fargli le trecce. Un'altra volta, lo sognò sopra un carro da morto. Uno di quei carri neri, grandi, con i cavalli. Lei era nel corteo funebre e lo vide sul carro. Con una mano si teneva a una colonna e nell'altra mano aveva una candela accesa. Ebbe paura! Il giorno dopo andò a mangiarsi in pezzo di pane nel bagno. Perché si dice che tu devi fargli schifo. Che se lo vuoi mandare via, devi fargli schifo. Intanto che era lì che rosicchiava questo pezzo di pane seduta sul water, gli parve di vederlo, un secondo, mentre gli diceva: “Brutta sozza!".



Ancora e' Marzapegul
Nench la Maria ad Viterbo, la dis ch'la l'à santì. Una volta, int e' scur, u j è pers nench d'avdeil. L'era
un quilin znin… com un gat! Quand la j era in culeg. Int e' let la s'e' santiva avnì só par al gambi. E' pó só! Ch'u i munteva int e' stongh e u i caveva e' rispir! Dal volti la à nenca rugì da la paura.
Ades la n'e' conta, ch'las vargogna. Che 'des i dis che sia la digestion… Quand ch'u s'è magné trop. Mo lia, quand la j era in culeg la n'era miga a là dagli Orfaneli, par la mura. Ch'u li mantniva la Cungregazion. Lia la j era in quel de' Sacro Cuore, cun cal surazi ch'al viveva ad carità! Sempra a dì di ruseri o dria a un cumpagn… par tiré só du boch! E quand ch'la s'andeva a let, la andeva a let cun dal femi che… Et che la digestion!

Ancora il Marzapegul
Anche la Maria di Viterbo, dice che lo ha sentito. Una volta, nel buio, gli è sembrato anche di vederlo. Era un cosino piccolo… come un gatto! Quando era in collegio. Nel letto se lo sentiva venire su per le gambe. E poi su! Che gli saliva sullo stomaco e gli toglieva il respiro! Della volte ha anche urlato dalla paura. Adesso non lo racconta, che si vergogna. Che adesso dicono che sia la digestione… Quando si è mangiato troppo. Ma lei, quando era in collegio non era mica là dalle Orfanelle sulla mura. Che le manteneva la Congregazione [di carità]. Lei era in quello del Sacro Cuore, con quelle suoracce che vivevano di carità! Sempre a dire dei rosari o dietro ad un corteo funebre… per tirar su due soldi! E quando andava a letto, andava a letto con delle fami che… Altro che digestione!


Pauri (Paure) di Maurizio Balestra
ed. Libreria Bettini
illustrazioni di Gianluca Umiliacchi
Finito di stampare nel mese di ottobre 2009 da Brighi e Venturi (Cesena)

Fonte: Maurizio Balestra
Autore: Silvia Bagnolini
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